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Vale la pena di spendere due parole su questa mitologica tattica (o è uno strumento?)  di marketing digitale, tornata, sembrerebbe, alla ribalta da qualche settimana, dopo un paio di anni da quando – in ritardo del canonico paio di anni – i primi pionieri avevano iniziato a parlarne in Italia.

Come tutti sanno, si tratta di una tecnica dedicata a “garantirsi visibilità e contatti investendo su contenuti utili, originali e condivisibili da pubbblicare in rete“.

Cosa fa di questa raccomandazione, scontata sin dalla notte dei tempi del consesso civile e socioeconomico, un prodotto rivendibile?

Il suo nome. Onestamente esotico ed accattivante.

La prosaica realtà qual’è?

Che “Inbound Marketing” è semplicemente il titolo dello storytelling ideato da una celeberrima azienda per mettere in vendita l’ennesimo prodotto software dedicato ad essere uno strumento di pubblicazione maneggevole (come se il problema delle aziende fosse stata semplicemente la mancanza di maneggevolezza di tutti gli altri strumenti competitor) per contenuti digitali.

Obiettivo: vendere un prodotto. Cavallo di Troia: dare un nome diverso alla solita soluzione ai soliti problemi.

Questo apparentemente.

In realtà la mano di poker è stata ben giocata perché l’obiettivo non è mai stato vendere “il prodotto software”.

Obiettivo è stato sin da subito vendere i corsi di formazione obbligatori per usare tale strumento software.

Ma non è finita.

Il vero obiettivo ultimo è sempre stato il solito, vecchio e sanissimo multilevel marketing. Il gioco dell’aeroplano. Lo schema di Ponzi, insomma.

Portane a bordo altri sette e diventi capitano.

Il “Folletto” del digital Marketing, praticamente.

E pronti per il prossimo giro nominalistico, alla faccia di Occam!

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